Si sono verificati recentemente nel vicentino alcuni casi di leptospirosi.
Nei giorni scorsi sono stati ricoverati in ospedale tre cercatori di funghi che avevano contratto la leptospirosi, probabilmente perché si erano avventurati in un fosso popolato da ratti.

In Italia sono presenti due specie di ratti: il ratto nero (Rattus rattus) e il ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus).
La leptospirosi è una malattia infettiva acuta, caratterizzata da febbre, cefalea, brividi, dolori muscolari e congiuntivite (sintomi più frequenti), causata da spirochete – batteri di forma spirale, con filamenti assiali che consentono loro di muoversi – di varie specie (borgpertersenii, inadai, interrogans, kirscheneri, noguchii, santa rosai e weilii).
Più raramente la malattia può svilupparsi in una forma più grave, con meningite, eritema, ittero o insufficienza renale.
Si tratta di una zoonosi, cioè viene trasmessa attraverso il contatto della cute che presenta abrasioni e delle mucose con acqua, suolo umido, vegetazione contaminata o per contatto diretto con urine o tessuti di animali infetti; talvolta per inalazione di goccioline aerosolizzate di fluidi contaminati.
La trasmissione diretta da persona a persona è rara.
L’incubazione dura in genere dai 7 ai 13 giorni.
È diffusa in tutto il mondo e rappresenta un rischio lavorativo per i contadini, per gli addetti ai servizi fognari, per gli allevatori, per i veterinari, per gli addetti ai macelli, i disinfestatori.
Sono raccomandate le precauzioni standard durante il ricovero ospedaliero, in particolare disinfezione continua di oggetti contaminati con urine.
Le leptospire possono essere escrete nelle urine dall’animale infetto dal primo a oltre il terzo mese dopo la malattia acuta; negli animali portatori asintomatici la presenza dei batteri nelle urine può persistere per lungo periodo.
