Focus

La derattizzazione

Lotta ‘continua’ a topi e ratti. Difficile e complessa per le loro caratteristiche, è necessario intervenire con decisione, per prevenire problemi igienico sanitari 

Stefano Scarponi 

Alla famiglia dei topi selvatici, Muridae, ma di maggior interesse igienico-sanitario, appartengono i topi  (Mus musculus) e i ratti (Rattus norvegicus e Rattus rattus).

Hanno corpo snello, coda scagliosa pressoché priva di peli e lunga quasi quanto il corpo o di più per il ratto nero dei tetti.

 

Il topolino domestico

Roditore ormai famoso, tanto da essere chiamato da quasi tutti i disinfestatori con la denominazione data da Linneo, il Mus musculus è un’entità infestante in grado di colonizzare ogni sito, dalla lavatrice di casa (ove l’istinto lo preserva dagli innegabili rischi delle parti mobili: basti pensare al cestello rotante delle biancheria durante la centrifugazione!) alle alte tecnologie dei centri di elaborazione dati computerizzati ove il suo potenziale insediamento è visto come una vera e propria calamità. Più frequentemente lo troviamo nella filiera agroalimentare, ove può essere definito un’entità endemica, con manifestazioni epidemiche allarmanti.

Il “nostro” topolino può arrivare fino a 30 grammi di peso, però è un buon mangiatore: da tre a cinque grammi al giorno (proporzionalmente un uomo di 70 kg di peso dovrebbe mangiare da 7 a più di 10 kg di cibo al giorno), in compenso beve poco (da 1 a 2 cc. al giorno) ma può stare senza acqua per lunghi periodi.

Produce 1,2 cc di urina al giorno con 2 g di feci disseminate in piccoli “boli” che l’animale depone con una frequenza costante per tutto il periodo della sua attività, che in genere è serotina e notturna.

A sua giustificazione, anche l’alimentazione è diluita in 10-15 spuntini (da duecento a cinquecento milligrammi per ingestione). In effetti, quest’ultimo dato non dovrebbe essere messo fra parentesi perché rappresenta una caratteristica di cui tenere ben conto nei programmi di lotta: di fronte a un assaggiatore di questa forza bisogna disporre di armi e tecniche applicative adeguate.

I dati bio-etologici più importanti sono: durata della vita in condizioni di cattività fino a quattro anni, aspettativa di vita (in condizioni naturali) stimata a circa 6 mesi.

Maturità sessuale a due mesi e mezzo dalla nascita, gestazione 20 gg. così come lo svezzamento; numero di nidiate in un anno per femmina 6-10 per una cinquantina di neonati!

Le caratteristiche psico-fisiche di questi muridi si possono sintetizzare in una notevole curiosità attenuata dalla paura, giustificata peraltro, con non evidenti fenomeni di neofobia (paura del nuovo). Inoltre, presentano performance eccezionali: riescono a saltare fino a 30 cm, si buttano senza danni da altezze superiori a 2 m. passano in buchi poco più grandi di un centimetro di diametro e sono in grado di arrampicarsi su ogni superficie: dei funambolici mini atleti.

Di queste caratteristiche altamente invasive è necessario tenere conto nelle valutazioni di rat-proofing.

Le Tecniche applicative

La lotta ai topolini spesso si risolve con la loro vittoria, sia perché queste entità infestanti sono dotate, come abbiamo visto, di ottime caratteristiche psico-fisiche, sia anche perché hanno una notevole resistenza fisiologica alle sostanze che più comunemente sono utilizzate come rodenticide. Ciò complica notevolmente il realizzare interventi di lotta, anche perché in alcuni casi vengono impiegate esche il cui principio attivo è “attivo” nei confronti dei ratti, meno o per nulla contro questi più piccoli roditori.

L’impostazione della lotta che (salvo rarissime eccezioni) si svolge in spazi confinati si basa sulla valutazione generale dell’ambiente in cui s’intende operare.

L’area da trattare deve essere divisa in zone infestate e zone a rischio ed è altrettanto importante individuare la pressione d’infestazione ovvero le vie in cui è presumibile supporre l’arrivo dei “colonizzatori” dai denti aguzzi.

Una volta monitorata l’area d’intervento, viene identificato il “modus operandi”, che generalmente è costituito nell’intervenire a livello manutentivo-preventivo: sigillare i passaggi, mettere in opera reti e sbarramenti ed eliminare nel contempo aree di rifugio (questa fase può essere preliminare oppure eseguita successivamente al collocamento delle esche).

Dopo aver creato le premesse per il posizionamento dei punti esca, è necessario stabilirne il numero e i relativi luoghi.

Ogni punto esca così individuato deve essere definito nel tipo di esca (base alimentare e principio attivo), quantità di esca e tipo di protezione più idoneo alla bisogna.

In alcuni casi di particolare difficoltà può essere utile effettuare un trattamento di pasturazione (pre-baiting) con l’uso di placebo (esca non attivata con alcun p.a.); ciò con l’intendimento di valutare l’entità dell’infestazione, le abitudini alimentari e/o indurre abitudine all’esca che si intenderà utilizzare. Una sorta di prova generale,

suggestiva nell’enunciazione, sovente citata nella dotta letteratura, ma assai poco adottata nella pratica comune: come tutte le possibilità tecniche può essere efficace nella misura in cui essa è impiegata là dove è realmente necessaria, e un ulteriore caso di applicabilità della pasturazione è quello di assuefare i topolini ad aree di alimentazione poco o nulla interagenti con le attività svolte nei siti di bonifica murina.

Una volta collocati i punti esca essi devono essere ripristinati e man mano adattati alle esigenze che si vengono a creare.

Terminata la fase di bonifica è spesso utile effettuare un finissaggio manutentivo, posto che se ne ravvisi la necessità, ma è importante la verifica critica di tali trattamenti.

Ciò fatto non resta che pianificare il calendario degli interventi con l’obbiettivo di mantenere i risultati ottenuti, via via migliorandoli e, contemporaneamente, consolidare la prevenzione del rischio di reinfestazione.

Come? Con interventi antiinvasione, con attenti monitoraggi ispettivi, con la valutazione dei fornitori, e, non trascurabile fatto, con il miglioramento delle nostre conoscenze e competenze nel contesto della troppo spesso trascurata materia della igiene ambientale.

Ciò vale anche nel caso l’intervento sia mirato alla valutazione di un servizio appaltato; va ricordato che la Legge sulla sicurezza del lavoro fa riferimento al rischio igienico e alla necessità di eliminare o quanto meno ridurre al minimo i rischi, di qual si voglia natura, all’origine. A livello professionale il tutto deve o dovrebbe essere certificato su moduli che consentano di valutare i risultati lungo tutte le fasi d’intervento e per tutto il periodo di tempo in cui il calendario si concretizza. Questa fase comune a tutti gli interventi di bonifica per qualsiasi specie infestante sarà indagata più avanti in uno specifico capitolo.

 

Il Ratto nero dei tetti 

Questa specie è giunta nei nostri areali dalla lontana Mesopotamia, probabilmente approfittando dei traffici marittimi realizzati con le triremi dell’impero romano. È

certamente la causa delle più importanti epidemie di peste nell’epoca medioevale e ancor oggi rappresenta un potenziale vettore di numerose malattie infettive: Salmonellosi, Afta epizootica, Adenovirosi, Leptospirosi, Listeriosi, Rickettosi, Arborviriosi, Dermatofitosi, Leishmaniosi, Verminiosi e altre ancora.

Più agile del forte Ratto delle fogne, in genere colonizza i solai, le strutture elevate dei silos e sovente le chiome degli alberi, con una certa predilezione per i pini marittimi e le palme.

I maschi della specie possono raggiungere i 300/500 g di peso, la lunghezza del corpo può arrivare a 16-21 cm, mentre la coda è più lunga del corpo di almeno un paio di centimetri. Le orecchie sono piuttosto lunghe e in genere riescono, ripiegate, a coprire l’occhio.

La dieta è onnivora, con preferenza data alle proteine di origine vegetale e giornalmente giunge a superare i 20 g di sostanza secca e 20 ml di acqua, ma il ratto nero dei tetti può restare senza bere per più giorni. Le feci e le urine sono di poco inferiori alle quantità ingerite.

La durata della vita in cattività può arrivare a sei anni, mentre in natura in genere non riesce a superare l’anno. La maturità sessuale giunge dopo due mesi e mezzo dalla nascita, la gestazione è di tre settimane, lo svezzamento di quattro. Le nidiate in un anno per la femmina sono fra le sei e le otto, per un numero di nati di 34

soggetti. In questa specie la neofobia (paura di ciò che è nuovo) è forte soprattutto in popolazioni insediate da un certo tempo e quindi da consuetudini consolidate.

Le caratteristiche psicofisiche lo fanno un abile arrampicatore (riesce a salire entro tubature verticali di 10 cm di diametro, al punto che può apparire nella tazza dei bagni e misteriosamente scomparire), un buon saltatore e un discreto nuotatore.

Le Tecniche applicative

Dovendo cimentarsi nella lotta al Rattus rattus bisogna tener conto della neofobia di questa specie e quindi ogni intervento di bonifica è bene che sia rimandato a eradicazione avvenuta.

Tali luoghi sono riconoscibili per la presenza di untume (betalanolina), feci, rosicchiature, camminamenti e tane o “nidi”.

Localizzata l’infestazione, si passa al posizionamento di punti d’esca in numero adeguato e con esca idonea per tipologia alimentare. Anche in questo caso può risultare utile la tecnica della pasturazione con placebo.

Il calendario dei trattamenti in genere comporta interventi ispettivi/applicativi con cadenza mensile e attenti interventi antiinvasivi, che devono sempre tener conto dell’agilità e delle capacità arrampicatrici di questa specie. Attenzione quindi a tubi, fili, pali, e quant’altro consenta al nostro funambolico ratto di ‘accedere’, ivi comprese le pareti non perfettamente lisciate.

Anche in questo caso è buona norma negli interventi professionali formalizzare i dati relativi ai trattamenti con precise e circostanziate certificazioni.

 

Il Surmolotto o Ratto delle fogne 

In poco più di un secolo, partendo dalle steppe russe, questa specie ha conquistato la quasi totalità del pianeta. Infatti, nella seconda metà del XVIII secolo, probabilmente per un fenomeno tellurico di vasta portata, inizia l’ immigrazione che in pochi decenni gli consente di invadere l’Europa e, successivamente, con i traffici commerciali giunge nelle Americhe e via di seguito negli altri continenti.

Animale vigoroso e aggressivo sottrae spazio al Rattus rattus e fa suoi in breve tempo gli habitat sotterranei, soprattutto se collegati alla rete idrica o fognante.

I maschi possono superare i 600 g di peso, con dimensioni simili al ratto dei tetti, ma con corporatura più tozza, con coda più corta del corpo e orecchie e occhi più piccoli.

In laboratorio giunge a vivere fino a 7 anni, ma in natura l’aspettativa di vita difficilmente arriva a 10/11 mesi. La maturità sessuale giunge fra i due mesi e mezzo e i tre mesi.

La gestazione è di poco superiore alle tre settimane e lo svezzamento di quattro. Una femmina in un anno è in grado di produrre una figliolanza di 40 unità in 4-5 nidiate.

La dieta solida è onnivora, con una certa preferenza alle proteine animali e arriva al 10% del peso corporeo con un apporto idrico di poco inferiore; urina e feci in proporzione.

Le caratteristiche psico-fisiche sensoriali indicano animali con odorato, gusto, tatto-udito molto sviluppati; mentre possono contare su una vista piuttosto ridotta.

Sono animali assai forti, in grado di fare salti in alto di quasi 80 cm e salti in lungo (da fermi) di 10/20 cm superiori al metro: con la rincorsa raddoppiano le performance; sono capaci di nuotare in superficie e in apnea con tempi di tutto rispetto; riescono a scavare lunghe gallerie nel terreno perforando sbarramenti di cemento magro e metalli

teneri.

Le Tecniche applicative

La maggior parte di quanto è stato detto per le precedenti specie vale anche per il surmolotto, o pantegana che dir si voglia (vedi la neofobia del ratto nero), è bene quindi cercare di lasciare tutto come sta, intervenendo con pratiche di rat-proofing e di manutenzione solo dopo la fase di eradicazione.

Per gli interventi di ampio respiro la procedura dovrebbe (se possibile) seguire un andamento centripeto, con barriere sanitarie che impediscano a individui ormai isolati e allarmati di migrare in altri siti, diffondendo micro infestazioni in grado di affrancarsi in breve tempo, data l’alta capacità riproduttiva della specie.

Particolare attenzione va posta nel proteggere le esche, in quanto l’habitat di questi roditori coincide spesso con quello di animali non-target e, in non pochi casi, con quello dell’uomo.

 

Pianificazione e calendario dei trattamenti 

È buona norma attenersi all’obiettivo di eliminare il problema nel più breve tempo possibile, non è razionale ridurre l’infestazione senza mai arrivare a risolvere il problema in termini quanto più risolutivi.

Ciò comporta in genere un intervento massiccio realizzato in due/tre fasi. E qui inizia la fase più delicata e, a nostro avviso, importante: il mantenimento dei risultati.

Perché difficoltosa? Soprattutto perché cessata la fase di emergenza si tende a diminuire l’attenzione al problema e inoltre perché i pochi esemplari rimasti tendono a sfuggire a monitoraggi abituali, richiedendo infatti maggior impegno ispettivo.

Trattamenti complementari 

I trattamenti complementari sono fondamentali perché hanno la finalità di rendere difficile la reinfestazione e diventano nelle proiezioni futuribili una sorta di ‘prevenzione’. I trattamenti antintrusione comportano l’apporre barriere e reti a prova di ratti.

È assai importante in questa fase analizzare i sistemi di chiusura (porte con fotocellule o a chiusura automatica) adeguati alle specifiche esigenze, soprattutto nel contesto industriale o in presidi ospedalieri.

Per il territorio, bene sarebbe porre attenzione alla rete fognaria, ai bacini idrici, nonché agli allevamenti agricoli.